L'arroyo Malalco nasce come tanti altri fiumi patagonici nella cordigliera andina, dove il confine tra l'Argentina e il Cile fa una curva improvvisa verso nord-est. La strada per arrivarci, soprattutto quando si entra in territorio Mapuche, è fatta di sabbia vulcanica e ghiaia sparsa tra buche profonde, e si spinge a nord dopo Quillen per terminare in un piccolo agglomerato di baracche indigene.
Quando arriviamo, ciò che troviamo risuona sia in me che nel mio compagno di viaggio Antonello, e quando apriamo le portiere per sgranchirci le ossa, l'odore conferma la strana sensazione che ci davano già gli occhi: sembra di essere a casa.
La casa per Antonello è la Sardegna, il Logudoro. Per me è il ricordo di bambino quando mio nonno, abruzzese trasferitosi in Umbria, sgozzava un agnello del gregge per Pasqua e lo appendeva al gancio di quello che era il suo laboratorio per la produzione di formaggio. Siamo a casa: le staccionate di legno grezzo che separano i piccoli stalli dalle baracche sono leggermente diverse da quelle a cui è abituato Antonello, eppure sono uguali. Ma è l'odore emanato dalla carcassa di pecora appesa a un ramo accanto a una casetta sgangherata ad essere inconfondibile — è l'odore di dove i pastori vivono, lavorano e cercano di sopravvivere da millenni, a contatto con lo stesso sangue, con lo stesso latte, pur sotto cieli diversi.
Da sempre i pastori percorrono paesaggi di tutto il mondo, guidando le greggi attraverso montagne, deserti e steppe. Nonostante le enormi differenze di geografia, lingua e religione, le comunità pastorali condividono gesti, suoni, ritmi sorprendentemente simili. Cantano in polifonia; si orientano al buio guardando le stelle; vestono abiti che portano ancora addosso l'odore dell'erba, della lana, del latte. E condividono un destino simile: essere spazzati via — dalle burocrazie europee che erodono i pascoli comuni con nuove leggi e nuove tasse, dai regimi che hanno collettivizzato le terre nomadi con la forza, dai capitalismi che hanno trasformato la pastorizia in estrazione industriale. Resistono, con la stessa ostinazione con cui Abele resisteva a Caino — sapendo, forse, come sarebbe andata a finire.
E’ in quell'angolo di Patagonia centrale che nasce la scintilla di questo progetto: l'idea che c'è un filo che lega tutte le culture pastorali e questo progetto è il tentativo di raccogliere quel filo, ormai sdrucito e fragile, prima che si spezzi definitivamente.
Francesca Leli, Campotosto (Italia)
"Essere pastori è un modo di vivere. Non si impara la professione. Io, bambino di otto, dieci anni, vengo svegliato alle 04:00 per stare vicino alla mandra dove mio padre sta mungendo il gregge.
Ma perché svegliare un bambino di dieci anni alle 04:00 per farlo stare in piedi a guardare, perchè non farlo entrare per provare?
Perché non esiste la scuola nel senso del provare e riprovare, tipica dell'insegnamento ufficiale. Il bambino deve stare lì, a mungere saprà mungere non è quello il problema, perchè il corpo deve abituarsi a resistere al freddo invernale e al caldo estivo con lo stesso abito, con lo stesso abito! E’ il corpo che deve costruirsi."
Bachisio Bandinu
Ma perché svegliare un bambino di dieci anni alle 04:00 per farlo stare in piedi a guardare, perchè non farlo entrare per provare?
Perché non esiste la scuola nel senso del provare e riprovare, tipica dell'insegnamento ufficiale. Il bambino deve stare lì, a mungere saprà mungere non è quello il problema, perchè il corpo deve abituarsi a resistere al freddo invernale e al caldo estivo con lo stesso abito, con lo stesso abito! E’ il corpo che deve costruirsi."
Bachisio Bandinu
L’orgoglio e la vergogna
Convincere Antonio a parlare e a farsi fotografare può essere fatto solo tramite un contatto comune. La prima domanda che ci fa al telefono quando gli parliamo del progetto è “vuole fotografare i pastori come sono ora o la versione per turisti, vestiti con abiti che non si usano più da 50 anni?”.
Capisco che è serio da questa semplice domanda, che sembra ma non è un test, perchè dietro il punto interrogativo si nasconde un'affermazione ben precisa. “Non siamo quello che tutti vorrebbero che fossimo”.
E quando infine lo incontro capisco che la diffidenza non nasce solo dal suo essere sardo, ma da una storia personale fatta di disprezzo fin da quando era ragazzo e studiava alla scuola del paese che nel tempo si è trasformato in curiosità folk, completamente sganciata dalla realtà, quella realtà in cui è dentro, fatta di scarpe sporche di merda e erba semi-masticata.
E Antonio porta questo disprezzo negli occhi, orgogliosi, nonostante la fatica dei giorni che iniziano prima dell’alba, che sia tra il ghiaccio dell’inverno o sotto il diluvio ed è altrettanto sicuro che nessuno - dall’esterno - lo capirà.
”Lo sanno che i macchinari che ho qui valgono milioni?'"
”Lo sanno che i macchinari che ho qui valgono milioni?'"
E Antonio è sardo, figlio, nipote e bisnipote di pastori che nelle generazioni, iniziando nella miseria della vita pastorale di montagna, sono riusciti, lottando contro potenti possidenti terrieri, ladri di bestiame, siccità e alluvione, ad arrivare alle “ricche” pianure del Logudoro. Un viaggio duro, spietato, intriso della vergogna di un ragazzo che fa il “pecoraro”.
Silvia Meloni, Berchidda (Italia)
Il peso della morte
Silvia ha un sorriso aperto, sia quando ci accoglie, sia quando ci presenta le sue pecore, per nome. Ogni agnello è figlio di un montone e di una fattrice che lei ha cresciuto, che hanno un carattere, un’identità, una storia. Quell’agnello cresciuto con amore e dedizione finirà al macello, ci racconta, a volte ha dovuto sgozzarne qualcuno lei stessa a causa di una gastroenterite, ad esempio, che lo aveva condannato a morte. Ed è in quel momento che il sorriso si spezza, gli occhi si inumidiscono e il racconto si fa difficile, pesante, un racconto che parla di senso di responsabilità, di amore e di rispetto per la sua professione, per il suo ruolo nel mondo, per gli animali che alleva e a cui dà un nome. La responsabilità che in troppi, nell’era del consumismo, dell’allevamento intensivo e industrializzato, hanno dimenticato. Acquistare la carne confezionata in un contenitore di plastica, pronta al consumo, ci ha fatto dimenticare che qualcuno si deve far carico del dolore di uccidere, e non esiste meccanismo di difesa per questo se non la capacità di portarne il peso.
Oggi, ancora più di ieri, il ruolo di allevatore è paragonato a quello del carnefice, anestetizzato nei confronti della morte solo grazie alla perdita dell’empatia, questo non fa altro che aumentare il pregiudizio nei confronti di un mestiere necessario alla sussistenza dell’umanità. E la conseguenza è la diffidenza dei pastori, ancor più che in passato, verso il mondo esterno, che mentre ne sfrutta il lavoro, li giudica. Le parole di Silvia, la fierezza di cui sono intrise, hanno il suono battagliero di chi si sporca le mani e, nonostante tutto, non perde la sua empatia, la sua capacità di piangere. Di chi, giorno dopo giorno, fa il suo dovere.
Oggi, ancora più di ieri, il ruolo di allevatore è paragonato a quello del carnefice, anestetizzato nei confronti della morte solo grazie alla perdita dell’empatia, questo non fa altro che aumentare il pregiudizio nei confronti di un mestiere necessario alla sussistenza dell’umanità. E la conseguenza è la diffidenza dei pastori, ancor più che in passato, verso il mondo esterno, che mentre ne sfrutta il lavoro, li giudica. Le parole di Silvia, la fierezza di cui sono intrise, hanno il suono battagliero di chi si sporca le mani e, nonostante tutto, non perde la sua empatia, la sua capacità di piangere. Di chi, giorno dopo giorno, fa il suo dovere.
Steven Okono, Oschiri (Italia)
Fame di terra
Fino agli anni ’90, sul finire di settembre, Campotosto era un caos di greggi che venivano caricate sui camion per la transumanza verso le pianure dell‘Agro Romano, ormai non era più possibile fare la transumanza a piedi, come fino agli anni ’60. Ora invece non c’è più caos, solo il silenzio dei paesi abbandonati, e del vento freddo che inizia a spingere da nord, come ogni inizio primavera. Non si muovono più le 50.000 pecore verso i pascoli a valle, a passare l’inverno. Le porte dei pochi edifici non ancora abbandonati, sono sbarrate da metà agosto, dopo che i villeggianti sono tornati a Roma, figli e nipoti di pastori, sconfitti dal benessere, dal mercato e da un mondo che li ha dimenticati, messi da parte in un angolino dedicato al folklore, da ricordare solo in vacanza, quando si va per paesi a stupirsi della bella vita di campagna. Quando chiedo a Ercole, ormai ex-pastore che mi parla di una cultura che non c’è più: “Quale sarebbe una soluzione?”, mi risponde: “Dovrebbe sparire lo Stato – ci dovrebbe essere
l’anarchia”. E mi torna in mente il codice barbaricino sardo, che si sviluppa nella cultura pastorale, con regole e usi spesso in
contrapposizione con lo Stato “civile”, perché lo Stato è lo strumento del controllo, del mercato, del profitto, è benessere
che si propaga come un virus e uccide. E come quei pastori che per millenni hanno colonizzato le terre povere, i pascoli aridi, le
montagne scoscese, costantemente alla ricerca di nuove terre verdi e temperate, e che una volta trovate sono stati da esse
domati, civilizzati, decretandone la trasformazione e quindi la condanna, così lo stato continua ad addomesticare i pastori.
Perchè i pastori sono considerati un disturbo, dai turisti della montagna, dalle associazioni animaliste, dalle grandi aziende
alimentari, e saranno combattuti finchè anche l’ultimo non avrà lasciato quelle terre all’abbandono.
l’anarchia”. E mi torna in mente il codice barbaricino sardo, che si sviluppa nella cultura pastorale, con regole e usi spesso in
contrapposizione con lo Stato “civile”, perché lo Stato è lo strumento del controllo, del mercato, del profitto, è benessere
che si propaga come un virus e uccide. E come quei pastori che per millenni hanno colonizzato le terre povere, i pascoli aridi, le
montagne scoscese, costantemente alla ricerca di nuove terre verdi e temperate, e che una volta trovate sono stati da esse
domati, civilizzati, decretandone la trasformazione e quindi la condanna, così lo stato continua ad addomesticare i pastori.
Perchè i pastori sono considerati un disturbo, dai turisti della montagna, dalle associazioni animaliste, dalle grandi aziende
alimentari, e saranno combattuti finchè anche l’ultimo non avrà lasciato quelle terre all’abbandono.
Ercole Di Girolami, Campotosto (Italia)
Pastori, nemici.
Quando si pensa all'ostilità del mondo civile verso i pastori, c'è da fare un viaggio nel passato, fin dalle tradizioni più antiche del nostro immaginario culturale. La tensione tra i sedentari agricoltori che 14.000 anni fa hanno deciso di sfruttare la terra fertile e le stagioni per creare la versione primordiale della società umana per come noi la conosciamo, non potevano convivere con le greggi nomadi guidate dai pastori, che seppellivano i loro morti in terre che poi dichiaravano sacre, che le stagioni non le sfruttavano ma le seguivano abbandonando a riposare le terre di pascolo a cui sarebbero tornati dopo alcuni mesi, o addirittura anni. Quelle terre anarchiche e "abbandonate", per gli agricoltori civilizzati, erano una promessa di prosperità e di ordine, di proprietà e controllo. Non stupisce che Nunzio, quando mi racconta le disavventure della sua vita, sia così fortemente sospettoso dell'ordine stabilito, della società civile che noi oggi diamo per scontata, perchè il sospetto è quello che ha sempre ricevuto in cambio della sua resistenza all'addomesticamento, all'abbandono della sua identità di pastore. E' la stessa posizione, seppur con giustificazioni culturali e politiche diverse, di quella di Ercole, 100km più a nord, o di Bachisio Bandinu al di là del mar Tirreno. C'è il codice, e c'è la legge, e quasi mai coincidono, e in un mondo che legifera su tutto, abituato sempre di più al controllo pedissequo di ogni dettaglio non sembra esserci più spazio per il "codice", per le terre lasciate a riposare e crescere incontrollate, per le carovane di pecore in movimento tra le terre alte e i pascoli miti delle pianure. Uno spazio che viene eroso giorno dopo giorno, da una nuova legge, da un nuovo controllo, da una nuova tassa, da un nuovo divieto, che va a sommarsi, come goccia dopo goccia a secoli di astio e decenni di fastidio. «Gutta cavat lapidem» ed il buco scavato è talmente profondo da ingoiare quasi tutto quello che rimane dei pastori, soprattutto in Abruzzo. I pascoli sono vuoti, i paesi ceduti definitivamente all'abbandono, c'è silenzio tra queste montagne, che si risveglieranno di rumori umani solo a maggio-giugno, quando i turisti arriveranno a farsi un boccone di aria buona prima di tornare nei loro uffici affollati.
"La scuola ufficiale, l'università, hanno classificato come negativo il mondo pastorale. Laureati, studiati, professori universitari — analfabeti dal punto di vista della comprensione dei fenomeni. Non capire che quella civiltà ha prodotto una cultura ben superiore alla loro! Quando a scuola parlavo una parola in sardo, il maestro mi picchiava con una bacchetta. Come puoi impedirmi di parlare la mia lingua? Insegnami una lingua nuova — ma devi insegnarmela partendo dal sardo, perché a sei anni è tutto ciò che possiedo.
Fui rimandato in italiano perché in un tema avevo scritto 'calendula' al posto di 'febbre'. Traducevo dal sardo. Quello era il segnale che dovevi cogliere — non bocciarmi."
Bachisio Bandinu
L'eredità del disagio
Non c'è un singolo pastore con cui ho parlato, che alla domanda "vorresti che tuo figlio facesse questo mestiere" non mi abbia risposto col dubbio. Mentre mi rispondevano, nel loro viso, nel loro tono, c'era un sottinteso di orgoglio se il figlio avesse deciso di portare avanti la tradizione pastorale, eppure non riuscivano a pensare di "spingerli" verso quel mestiere, troppe difficoltà, troppa fatica, troppi ostacoli. Mi sono chiesto spesso, da padre, dov'è il confine tra quello che siamo in grado di sopportare noi stessi, e quello che vorremmo che i nostri figli sopportassero. Antonio ama il suo lavoro, si spezza la schiena per portarlo avanti, Francesca non riesce a pensare a niente che vorrebbe fare più che la pastora - ha rinunciato a una carriera da veterinaria per essere li su quella montagna a badare a pecore e capre -, eppure capiscono il peso che dovrebbero caricare sulle spalle dei figli, il disprezzo, la fatica e l'inevitabile declino verso la sparizione, la trasfomazione inesorabile verso un'attrazione turistica e gastronomica.
Non c'è un singolo pastore con cui ho parlato, che alla domanda "vorresti che tuo figlio facesse questo mestiere" non mi abbia risposto col dubbio. Mentre mi rispondevano, nel loro viso, nel loro tono, c'era un sottinteso di orgoglio se il figlio avesse deciso di portare avanti la tradizione pastorale, eppure non riuscivano a pensare di "spingerli" verso quel mestiere, troppe difficoltà, troppa fatica, troppi ostacoli. Mi sono chiesto spesso, da padre, dov'è il confine tra quello che siamo in grado di sopportare noi stessi, e quello che vorremmo che i nostri figli sopportassero. Antonio ama il suo lavoro, si spezza la schiena per portarlo avanti, Francesca non riesce a pensare a niente che vorrebbe fare più che la pastora - ha rinunciato a una carriera da veterinaria per essere li su quella montagna a badare a pecore e capre -, eppure capiscono il peso che dovrebbero caricare sulle spalle dei figli, il disprezzo, la fatica e l'inevitabile declino verso la sparizione, la trasfomazione inesorabile verso un'attrazione turistica e gastronomica.
Nota editoriale
Le citazioni presenti in questo libro sono tratte da interviste orali condotte dall'autore tra il 2022 e il 2025. I testi sono stati trascritti e parzialmente rielaborati per adattarne la forma alla lettura, nel rispetto del senso e della voce degli interlocutori.