Prefazione
Il Ramo a V che sembrava avorio
Il Ramo a V che sembrava avorio
La stalla di nonno era al di là della Flaminia, dietro una curva stretta che aveva ammazzato tanti dei nostri gatti di casa, che da bambino era spaventoso attraversarla (forse il momento in cui ho smesso di correre per farlo è quando ho smesso di esserlo, bambino). L’edificio, che ormai non c’è più ed è stato sostituito da metri di boscaglia e rovi dopo la vendita del terreno, era già pericolante quarant’anni fa, e l’interno era una massa informe di stabbio compresso fino a diventare un terreno ondulato fatto di strati accumulati per decenni sotto merda nuova, le recinzioni erano malmesse, fermate da rami di legno vecchi e storti, e la posta era una semplice strozzatura tra due reti e una catena arruginita che teneva un vecchio ramo a V ormai liscio dall’uso che sarebbe sembrato avorio, se in mano non fosse stato leggero e caldo. Là dentro mio nonno lavorava alla mungitura a mano, capo per capo, aiutato da mia nonna prima che morisse e poi anche da me qualche volta a “parare” le pecore, e lo faceva senza parlare, serio. Ci sarebbero voluti tanti anni per sentirlo raccontare qualche storia, su un letto di ospedale qualche mese prima di morire, storie dei tempi della guerra, a metà tra il fiabesco, la cronaca e la commedia all’italiana, storie che finivano sempre con grasse risate da parte mia per quell’ironia un po’ sconcia ma con i tempi perfetti. So poco di mio nonno, di cosa l’ha portato in Umbria, frammenti relativi al lago di Campotosto e alle sue dighe, costruite da Mussolini dopo l’esproprio delle terre di famiglia, e forse è per questo che scrivo questo libro, per cercare un po' di mio nonno e di quelle storie non narrate.
Arroyo Malalco, Argentina
L'arroyo Malalco nasce come tanti altri fiumi patagonici nella cordigliera andina, dove il confine tra l'Argentina e il Cile fa una curva improvvisa verso nord-est. La strada per arrivarci, soprattutto quando si entra in territorio Mapuche, è fatta di sabbia vulcanica e ghiaia sparsa tra buche profonde, e si spinge a nord dopo Quillen per terminare in un piccolo agglomerato di baracche indigene.
Quando arriviamo, ciò che troviamo risuona sia in me che nel mio compagno di viaggio Antonello, e quando apriamo le portiere per sgranchirci le ossa, l'odore conferma la strana sensazione che ci davano già gli occhi: sembra di essere a casa.
La casa per Antonello è la Sardegna, il Logudoro. Per me è il ricordo di bambino quando mio nonno sgozzava un agnello del gregge per Pasqua e lo appendeva al gancio di quello che era il suo laboratorio per la produzione di formaggio. Siamo a casa: le staccionate di legno grezzo che separano i piccoli stalli dalle baracche sono leggermente diverse da quelle a cui è abituato Antonello, eppure sono uguali. Ma è l'odore emanato dalla carcassa di pecora appesa a un ramo accanto a una casetta sgangherata ad essere inconfondibile — è l'odore di dove i pastori vivono, lavorano e cercano di sopravvivere da millenni, a contatto con lo stesso sangue, con lo stesso latte, pur sotto cieli diversi.
E' l'odore dei vestiti da lavoro di mio nonno e poi di mio padre, da indossare la mattina presto e al tramonto, è l'odore della cagliata, della lana tosata da poco, delle budella da ripulire, lo stesso odore portato addosso con ferocia e sospetto dal capo mapuche che viene a chiederci i cinquanta pesos per entrare: la pelle bruciata e scura, le rughe come tagli nella pietra, la sclera di un giallo profondo. Occhi di chi resiste, con la stessa ostinazione con cui Abele aveva provato a resistere a Caino — sapendo, forse, come sarebbe andata a finire.
E' l'odore dei vestiti da lavoro di mio nonno e poi di mio padre, da indossare la mattina presto e al tramonto, è l'odore della cagliata, della lana tosata da poco, delle budella da ripulire, lo stesso odore portato addosso con ferocia e sospetto dal capo mapuche che viene a chiederci i cinquanta pesos per entrare: la pelle bruciata e scura, le rughe come tagli nella pietra, la sclera di un giallo profondo. Occhi di chi resiste, con la stessa ostinazione con cui Abele aveva provato a resistere a Caino — sapendo, forse, come sarebbe andata a finire.
Francesca Leli, Campotosto (Italia)
"Essere pastori è un modo di vivere. Non si impara la professione. Io, bambino di otto, dieci anni, vengo svegliato alle 04:00 per stare vicino alla mandra dove mio padre sta mungendo il gregge.
Ma perché svegliare un bambino di dieci anni alle 04:00 per farlo stare in piedi a guardare, perchè non farlo entrare per provare?
Perché non esiste la scuola nel senso del provare e riprovare, tipica dell'insegnamento ufficiale. Il bambino deve stare lì, a mungere saprà mungere non è quello il problema, perchè il corpo deve abituarsi a resistere al freddo invernale e al caldo estivo con lo stesso abito, con lo stesso abito! E’ il corpo che deve costruirsi."
Bachisio Bandinu
Ma perché svegliare un bambino di dieci anni alle 04:00 per farlo stare in piedi a guardare, perchè non farlo entrare per provare?
Perché non esiste la scuola nel senso del provare e riprovare, tipica dell'insegnamento ufficiale. Il bambino deve stare lì, a mungere saprà mungere non è quello il problema, perchè il corpo deve abituarsi a resistere al freddo invernale e al caldo estivo con lo stesso abito, con lo stesso abito! E’ il corpo che deve costruirsi."
Bachisio Bandinu
L’orgoglio e la vergogna
L'unico modo di convincere Antonio a parlare e a farsi fotografare è un contatto comune, Antonello. La prima domanda che ci fa al telefono quando gli parliamo del progetto è “vuole fotografare i pastori come sono ora o la versione per turisti, vestiti con abiti che non si usano più da 50 anni?”
E quando infine lo incontriamo, sotto un temporale autunnale che ci costringe a stare riparati nel fienile, moderno e pieno di macchinari che sembrano nuovi, gli accenno le mie origini simili alle sue, e il disprezzo che conosco anch'io da bambino, quando alle elementari mi chiamavano 'il figlio del pecoraro'.
"Trent'anni fa c'era il pudore, anche da parte nostra, di dire 'sono figlio di pastore', 'sono un pastore' — perché ero un ragazzino. Pastore significava come offesa: sei una persona ignorante, magari poco curata, capito? Poi, una volta cresciuti, io lo dicevo anzi proprio come prima cosa: io sono pastore. Dopo i quindici, sedici anni andavo orgoglioso di dirlo."
"Trent'anni fa c'era il pudore, anche da parte nostra, di dire 'sono figlio di pastore', 'sono un pastore' — perché ero un ragazzino. Pastore significava come offesa: sei una persona ignorante, magari poco curata, capito? Poi, una volta cresciuti, io lo dicevo anzi proprio come prima cosa: io sono pastore. Dopo i quindici, sedici anni andavo orgoglioso di dirlo."
Dopo un po', grazie soprattutto a qualche battuta in sardo con Antonello, di cui non capisco una parola, si rilassa. Il padre, Salvatore, è un uomo di 94 anni che tiene le spalle dritte e cammina con sicurezza nel suo regno, in disparte, quando vede il figlio aprirsi lo fa anche lui, come se si fosse tranquillizzato. Non ci dirà una parola per tutto il tempo. Antonio ci parla di come è cambiata la sua azienda dai tempi del padre.
"Mentre prima invece l'allevatore produceva e prima di tutto faceva le cose per sé, e poi le cose per vendere [...] Quindi trasformazione del latte in formaggio, l'orto [...] prima i pastori mangiavano al novanta per cento quello che gli offriva la terra [...] mentre oggi siamo delle persone da quel punto di vista staccate completamente, perché si lavora, si guadagna e si acquista all'esterno", lo fa con l'aria di chi commenta una realtà, non c'è nostalgia nel suo tono, l'azienda funziona e si vede. Poi capisco davvero il significato della domanda fatta al telefono, che scardina la mia proiezione di me stesso, non è sospettoso del disprezzo: è sospettoso della favola — una favola in cui nessuno indossa scarpe sporche di merda ed erba semi-masticata.
"Adesso la società vede gli allevatori e i contadini — a parte i vegani estremisti, che non vogliono proprio che l'allevamento si faccia — come un mondo fatato dove tutti vorrebbero andare a vivere. A parole."
Il cielo si sta schiarendo quando ci stringiamo la mano, l'odore di sterco è quasi coperto da quello dell'erba bagnata e dell'umidità nell'aria, ci saluta mentre sta passando un grosso trattore guidato da un collaboratore.
"Lo sanno che i macchinari che ho qui valgono milioni?"
"Adesso la società vede gli allevatori e i contadini — a parte i vegani estremisti, che non vogliono proprio che l'allevamento si faccia — come un mondo fatato dove tutti vorrebbero andare a vivere. A parole."
Il cielo si sta schiarendo quando ci stringiamo la mano, l'odore di sterco è quasi coperto da quello dell'erba bagnata e dell'umidità nell'aria, ci saluta mentre sta passando un grosso trattore guidato da un collaboratore.
"Lo sanno che i macchinari che ho qui valgono milioni?"
Silvia Meloni, Berchidda (Italia)
Il peso della morte
Silvia ha un sorriso aperto, sia quando ci accoglie, sia quando ci presenta le sue pecore, per nome. Ogni agnello è figlio di un montone e di una fattrice che lei ha cresciuto, che hanno un carattere, un'identità, una storia.
Sorride quando apre i recinti e afferra qualche agnellino, con dolcezza lo tiene al petto e lo coccola prima di rimandarlo dalla madre, c'è pace in quell'angolo di campagna tra i sugheri secolari e l'erba gialla della tarda estate sarda.
"Io ho lavorato in un allevamento intensivo di suini, per esempio. Non è la stessa cosa: a livello industriale... era un'industria, erano trattati come macchine. Lavorare così invece, col bestiame allo stato brado, devi essere a contatto con gli animali, e quindi capisci veramente ogni cosa. Come vedi, qua io le chiamo per nome — ma io le capisco. Se hanno qualcosa me ne accorgo al volo, se una non sta benissimo lo vedo, perché so cosa fa ogni giorno. Adesso sembra una stronzata, ma non lo è."
Eppure quell'agnello finirà al macello, le è capitato di doverne sgozzare uno lei stessa, per una gastroenterite, ci racconta. È in quel momento che il sorriso si spezza, gli occhi si inumidiscono, il parlare si fa difficile.
"Io faccio un gioco psicologico. Alle fattrici, alle future fattrici, mi affeziono tanto... Hanno tutti un nome — anche i maschi, che poi dovranno andare al macello — però a chi so già, da quando nasce, che è destinato al macello, cerco di affezionarmi di meno."
"Io faccio un gioco psicologico. Alle fattrici, alle future fattrici, mi affeziono tanto... Hanno tutti un nome — anche i maschi, che poi dovranno andare al macello — però a chi so già, da quando nasce, che è destinato al macello, cerco di affezionarmi di meno."
Poi il sorriso torna, più battagliero, orgoglioso, come un pensiero improvviso. Tutto intorno il frinire delle cicale è quasi assordante.
"Ti faccio un esempio. La prima volta che ho fatto i salumi, ho mandato le prime pecore con i nomi, con le rese di ognuna. E questo salumiere, Michè, su ogni etichetta dei prosciutti mi attacca la targhetta col nome della pecora. All'inizio, sinceramente, mi ha fatto male. La prima volta che l'ho visto gli ho detto: «Michè, il nome no, dai». E lui: «Non hai capito niente, Silvia, lo devi vedere con un'altra ottica. Quell'animale è vero che l'hai ammazzato — ma Dolly la devi vedere come la sublimazione. Lei sta rivivendo, adesso, perché da lei hai prodotto un'eccellenza. Non la devi vedere come una cosa brutta.»
"Adesso la vivo un po' così"
"Ti faccio un esempio. La prima volta che ho fatto i salumi, ho mandato le prime pecore con i nomi, con le rese di ognuna. E questo salumiere, Michè, su ogni etichetta dei prosciutti mi attacca la targhetta col nome della pecora. All'inizio, sinceramente, mi ha fatto male. La prima volta che l'ho visto gli ho detto: «Michè, il nome no, dai». E lui: «Non hai capito niente, Silvia, lo devi vedere con un'altra ottica. Quell'animale è vero che l'hai ammazzato — ma Dolly la devi vedere come la sublimazione. Lei sta rivivendo, adesso, perché da lei hai prodotto un'eccellenza. Non la devi vedere come una cosa brutta.»
"Adesso la vivo un po' così"
Steven Okono, Oschiri (Italia)
Fame di terra
Fino agli anni ’90, sul finire di settembre, Campotosto era un caos di greggi che venivano caricate sui camion per la transumanza verso le pianure dell‘Agro Romano, ormai non era più possibile fare la transumanza a piedi, come fino agli anni ’60. Ora invece non c’è più caos, solo il silenzio dei paesi abbandonati, e del vento freddo che inizia a spingere da nord, come ogni inizio autunno. Non si muovono più le 50.000 pecore verso i pascoli a valle, a passare l’inverno che sarà gelido e nevoso sui Monti della Laga. Le porte dei pochi edifici non ancora abbandonati, sono sbarrate da metà agosto, dopo che i villeggianti sono tornati a Roma, figli e nipoti di pastori, sconfitti dal benessere.
Quando chiedo a Ercole, ormai ex-pastore che mi parla di un passato che sembra non esserci più: “Quale sarebbe una soluzione?”, mi risponde: “Dovrebbe sparire lo Stato – ci dovrebbe essere l’anarchia”
Quando me lo dice siamo seduti su un muretto tra le vie vuote di Mascioni, il sole sta calando dietro il Terminillo all’orizzonte, non c’è alcun rumore se non quello del vento del nord che odora di inverno.
"Ogni pastore consapevole sa che trattare bene gli animali significa la sua sopravvivenza. Il sacrificio degli agnelli è legato al fatto che, per salvare il gregge, deve uccidere gli agnelli — altrimenti non c'è motivo di allevare animali. È la stessa parabola che si è riproposta con la figura del Cristo, assimilato all'agnello: morendo, l'agnello salva l'umanità; nel gregge, morendo, l'agnello salva il gregge."
Nunzio Marcelli
Ercole Di Girolami, Campotosto (Italia)
Pastori, nemici.
Anversa degli Abruzzi è un puntino schiacciato in una gola tra le montagne che da lì sembrano gigantesche, il monte Rognone a sud est spinge la sua ombra sulla cittadina fino alla tarda mattinata, è un luogo duro, selvatico, ostile.
Anche Nunzio è duro, la barba folta segnala un personaggio non facile, eppure mentre parliamo mi invita a mangiare con lui insieme allo staff del ristorante, un pasto semplice, da pastori civilizzati, ricotta, pasta e fagioli, pecorino ed un po' di vino abruzzese. Sembra un capo severo, ma è lui che serve al tavolo. Quando inizio a parlare con lui della tradizione pastorale, Nunzio mi parla di decremento demografico, di proiezioni a 30 anni, di redistribuzione del reddito, come qualcuno che quelle cose le ha studiate e per quelle cose ha combattuto, eppure quello che mi rimane è lo sguardo severo, di qualcuno che in quel mondo ha saputo navigare ma l'ha fatto sempre controcorrente. Saliamo in auto. Guida verso la stazione per incontrare un conoscente, lungo la strada tortuosa che dall'azienda porta al paese, la mascella serrata. Mi dice:
"Se un ettaro di terra è gestito da uno del nord, l'incentivo comunitario è di 3.000 euro. Se lo stesso ettaro è gestito da un pastore con un titolo di basso valore, l'indennizzo è di 100, 200 euro. Non c'è storia: un centesimo dei premi comunitari. Per uno vale tre, per l'altro, sullo stesso terreno, vale cento. Perversione pura — perché, manco a farlo apposta, quello che vale cento è quello che produce; quello che vale tremila è quello che la legge consente."
Quando rientriamo in azienda il cielo si è fatto plumbeo, la pioggia sta già cadendo forte sulla piana dei Marsi, Nunzio mi saluta rapidamente, la sua giornata non è ancora finita. Quando mi avvio per tornare a casa, l’asfalto si sta scurendo sotto il primo scroscio di pioggia.
"La scuola ufficiale, l'università, hanno classificato come negativo il mondo pastorale. Laureati, studiati, professori universitari — analfabeti dal punto di vista della comprensione dei fenomeni. Non capire che quella civiltà ha prodotto una cultura ben superiore alla loro! Quando a scuola parlavo una parola in sardo, il maestro mi picchiava con una bacchetta. Come puoi impedirmi di parlare la mia lingua? Insegnami una lingua nuova — ma devi insegnarmela partendo dal sardo, perché a sei anni è tutto ciò che possiedo.
Fui rimandato in italiano perché in un tema avevo scritto 'calendula' al posto di 'febbre'. Traducevo dal sardo. Quello era il segnale che dovevi cogliere — non bocciarmi."
Bachisio Bandinu
Il tempo abitato
Trovo Berardino grazie ad Ercole, sta in cima a Campotosto, nella zona delle case di legno fatte dopo il terremoto. Il sole è ancora forte e il paesaggio si apre sui prati gialli che guardano il Monte di Mezzo, quando lo troviamo a passeggiare lungo la strada. E' un uomo gracile, vecchio, ma mi accoglie col sorriso sorpreso di qualcuno che non si aspetta di essere cercato. Eppure Berardino Perilli non è uno sconosciuto, è uno dei pochi poeti a braccio rimasti. Ci sediamo accanto a un recinto, dietro ci sono le montagne e un gregge di pecore intorno alla stalla. Dopo quattro chiacchiere su qualcuno che è morto e qualcun altro che è rientrato a Roma con Ercole, chiedo a Berardino quanto della tradizione poetica abruzzese sia figlia dell’essere pastori, mi guarda con occhi divertiti prima di rispondere.
"Io sono del trentacinque, all'epoca non c'era né radio né televisione, e qui c'erano dei poeti a braccio. Scimmiottavo un po' loro, ascoltando questi poeti a braccio mi è venuta la gran passione della lettura, e ho letto tutti i classici — la Divina Commedia, l'Ariosto, il Tasso, tutto quello che mi capitava. Da lì ho cominciato a improvvisare. Un po' come i cuccioli quando giocano fra loro: io e i miei compagni — Battista, per esempio, è morto — ci sfidavamo pure quando facevamo la quinta elementare, prima che arrivasse il maestro la mattina, a terzine, ottave. Da lì è cominciata la passione."
— "Questo l'hai fatto perché avevi tempo per farlo."
"Certamente. Il giorno, quando andavamo a pascolare le pecore, io con mio fratello, che è morto. Lui non aveva la passione di leggere. Lui fumava e io leggevo. Capito?"
Racconta con piacere e senza urgenza, mentre la temperatura cala con la luce, si stringe un po’ nel piumino.
"Quel mestiere di stare tutto il giorno presso le bestie non piace ai giovani, capito? Non si trovano più nemmeno i rumeni. Le pecore vengono abbandonate [...] Comunque le pecore piano piano vanno a scomparì. Ed è un danno pure economico."
Quando lo saluto si alza piano, si fa fotografare con un po’ di imbarazzo, e si incammina a passo lento verso casa. Le ombre sono ormai lunghe, tra poco solo le cime delle montagne saranno ancora illuminate tra le nuvole pesanti che si arroccano intorno.
"Il tempo non è dell'orologio. Il tempo è nella mia mente. […] Solo in questa capanna si formano i sentimenti, i pensieri, le illusioni."
Bachisio Bandinu
Andare, restare
Nei lunghi giorni di vagabondaggio in moto sulle strade attorno al Lago di Campotosto, ho visto spesso Francesca coi suoi bambini a spasso, e una muta di border collie alle calcagna. A volte l’ho vista col gregge, le capre in un gruppo compatto tra le numerose pecore, quattro pastori maremmano-abruzzesi, dal pelo bianco candido sporcato solo da qualche forasacco raccolto durante i pisolini, a fare da scudo contro i lupi che ormai sono diffusi sui monti della Laga e predano anche in pieno giorno. E’ giovane e veste abbigliamento da trekking che, se non fosse chiaramente un abbigliamento da lavoro, la potrebbe far scambiare per una turista arrivata da Roma. Quando infine mi rendo conto che avrei parlato con lei, dopo che mio padre mi aveva indicato la famiglia Leli come una delle ultime stanziali rimaste a Mascioni, mi sembra un po’ di conoscerla, c’è di mezzo anche qualche grado di parentela con la mia famiglia, persa nelle generazioni. Le chiedo di fare due chiacchere e che vorrei fare qualche foto, mi risponde che possiamo parlare mentre lei lavora, ci sono le pecore da rimettere e le fattrici da mungere.
"È un lavoro che se tu decidi di farlo stai qua h24, neanche ti bastano. La notte dovresti stare qua per le cose che ci stanno da fare, e uno va a dormire perché proprio il corpo esausto non ce l'ha proprio, sennò dovresti staccare fisso."
Mentre parla sullo sfondo c’è il padre, mi saluta con un cenno e non si intromette, da una mano a una ragazza che si muove nella stalla con la sicurezza di un veterano, i gesti economici, controllati, un percorso sempre uguale interrotto solo da un agnellino che sta chiaramente male, probabilmente non passerà la notte, mi dice. La mungitrice automatica è piccola e sgangherata, munge 6 pecore alla volta e alla rampa c’è un caos di zampe intrecciate e belati disperati, l’odore è pungente e mi fa ricordare la stalla di mio nonno. Quando finisce le cose urgenti ci mettiamo a parlare fuori, al tepore del sole che cala sul fare della sera, mi racconta dei suoi studi di veterinaria mai iniziati, della storia della sua famiglia e delle difficoltà di portare avanti tutto questo da sola. Poi gli chiedo se vorrebbe che i suoi figli continuassero la tradizione di famiglia.
"Per mio figlio non vorrei facesse questo, almeno come primo lavoro. Che poi se lui lo sceglie in futuro io lo appoggio come hanno fatto i miei, fino a che ce la faccio gli do una mano. Però io vorrei che lui si trovasse un pochettino la sua strada. […] Sono sacrifici che ha fatto mio padre, ma prima di lui mio nonno, il mio bisnonno. Quindi è un peccato, sarebbe un peccato farla finire."
Non c’è nostalgia nelle sue parole, le scandisce con determinazione, come si fa per una valutazione economica, razionale. Lungo la strada le ombre si allungano mentre le ultime moto, probabilmente grossi BMW con targa tedesca, passano correndo sul lungolago quando ci salutiamo.
L'eredità del disagio
Non c'è un singolo pastore con cui ho parlato, che alla domanda "vorresti che tuo figlio facesse questo mestiere" non mi abbia risposto col dubbio. Mentre mi rispondevano, nel loro viso, nel loro tono, c'era un sottinteso di orgoglio se il figlio avesse deciso di portare avanti la tradizione pastorale, eppure non riuscivano a pensare di "spingerli" verso quel mestiere, troppe difficoltà, troppa fatica, troppi ostacoli. Mi sono chiesto spesso, da padre, dov'è il confine tra quello che siamo in grado di sopportare noi stessi, e quello che vorremmo che i nostri figli sopportassero. Antonio ama il suo lavoro, si spezza la schiena per portarlo avanti, Francesca non riesce a pensare a niente che vorrebbe fare più che la pastora - ha rinunciato a una carriera da veterinaria per essere li su quella montagna a badare a pecore e capre -, eppure capiscono il peso che dovrebbero caricare sulle spalle dei figli, il disprezzo, la fatica e l'inevitabile declino verso la sparizione, la trasfomazione inesorabile verso un'attrazione turistica e gastronomica.
Non c'è un singolo pastore con cui ho parlato, che alla domanda "vorresti che tuo figlio facesse questo mestiere" non mi abbia risposto col dubbio. Mentre mi rispondevano, nel loro viso, nel loro tono, c'era un sottinteso di orgoglio se il figlio avesse deciso di portare avanti la tradizione pastorale, eppure non riuscivano a pensare di "spingerli" verso quel mestiere, troppe difficoltà, troppa fatica, troppi ostacoli. Mi sono chiesto spesso, da padre, dov'è il confine tra quello che siamo in grado di sopportare noi stessi, e quello che vorremmo che i nostri figli sopportassero. Antonio ama il suo lavoro, si spezza la schiena per portarlo avanti, Francesca non riesce a pensare a niente che vorrebbe fare più che la pastora - ha rinunciato a una carriera da veterinaria per essere li su quella montagna a badare a pecore e capre -, eppure capiscono il peso che dovrebbero caricare sulle spalle dei figli, il disprezzo, la fatica e l'inevitabile declino verso la sparizione, la trasfomazione inesorabile verso un'attrazione turistica e gastronomica.
Nota editoriale
Le citazioni presenti in questo libro sono tratte da interviste orali condotte dall'autore tra il 2022 e il 2025. I testi sono stati trascritti e parzialmente rielaborati per adattarne la forma alla lettura, nel rispetto del senso e della voce degli interlocutori.